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LAVORO A DISTANZA Una deriva inaccettabile

Dopo un’attesa lunga e ingiustificabile, sono stati finalmente pubblicati i documenti per le richieste individuali di smart working.

Il risultato? Esattamente quello che temevamo: un impianto rigido, burocratico e profondamente distante dalla realtà del lavoro agile.

Prima ancora di poter presentare una richiesta, al personale vengono imposti vincoli stringenti: fasce di reperibilità mattutine e pomeridiane, tempi di disconnessione predefiniti, durata dell’accordo già decisa a monte.

Non basta.

Si introducono limitazioni che nulla hanno a che vedere con la flessibilità: impossibilità di richiedere giornate consecutive, ostacoli evidenti sull’utilizzo di giorni come lunedì e venerdì.

Questi non sono accordi individuali.

È un modello calato dall’alto, rigido e standardizzato.

Siamo di fronte all’ennesima operazione di facciata: si chiama smart working ciò che, nei fatti, è solo lavoro a distanza sottoposto a controllo.

Ancora più grave è che tutto questo venga formalizzato e messo nero su bianco, certificando una visione arretrata e diffidente dell’organizzazione del lavoro.

A questo punto la domanda è inevitabile:

di cosa stiamo parlando quando parliamo di smart working?

Perché qui non c’è né fiducia, né autonomia, né flessibilità.

C’è solo un sistema di vincoli, controlli e rigidità che svuota completamente il senso del lavoro agile.

Chiamiamo le cose con il loro nome:

questo non è smart working. È lavoro a distanza controllato.

E così non è solo inaccettabile.

È un passo indietro.

Roma, 30 aprile 2026

                                                 Il Coordinamento