Smart working: da strumento di conciliazione a concessione svuotata

Lo smart working nasce come strumento di conciliazione tra vita privata e lavorativa, riconosciuto anche dal legislatore come modalità che può favorire benessere, produttività e pari opportunità.

Al MEF, però, registriamo con crescente preoccupazione un’inversione di rotta: paletti, veti e interpretazioni restrittive ne stanno svilendo il senso più autentico.

Sempre più sedi, infatti, impongono un solo giorno settimanale di smart working, nella giornata di rientro. Una scelta che sembra più dettata dalla volontà di evitare l’erogazione del buono pasto (in presenza di orari ridotti a 4 ore di reperibilità), che da reali esigenze organizzative perché ancora il concetto diffuso che in sw non si lavora è considerato giorno di festa, anche se i report dicono altro.

Infatti alcuni dirigenti impediscono di attaccare il lavoro agile alle ferie, sottolineando che non si può fare ma non è chiaro rispetto a cosa?

Ci chiediamo: sono scelte condivise o disposizioni “carbonare” provenienti da uffici centrali? Chi le monitora?

In alcune sedi, inoltre, si impone che tutto il personale rientri nello stesso giorno, obbligando alla presenza simultanea anche gli uffici più piccoli. Una rigidità che compromette l’equilibrio interno e rischia di lasciare scoperti gli altri giorni della settimana, vanificando ogni logica organizzativa.

A tutto questo si aggiungono nuovi obblighi, come quello – del tutto discutibile – di timbrare la pausa pranzo anche quando si resta in sede. Ma dove finisce, in questo modo, il principio di sicurezza dei posti di lavoro? Se in caso di emergenza un ufficio risultasse “vuoto” ai sistemi, pur essendoci personale dentro non rilevato per via della pausa timbrata, chi si assume la responsabilità?

E mentre tutto questo accade, le slide e i report ufficiali continuano a raccontare un’altra realtà: quella in cui tutte le richieste di smart working sarebbero state accolte. Ma ne siamo davvero certi? O si tratta di adesioni “forzate”, concesse a condizioni che nessuna circolare ufficiale contempla, e accettate pur di non rinunciare del tutto alla flessibilità?

Non ci nascondiamo dietro il tema dell’organizzazione e degli obiettivi: il personale ha sempre dimostrato senso di responsabilità, raggiungendo i risultati richiesti. Dove ciò non è avvenuto, non di rado le cause risiedono nella cattiva gestione da parte di dirigenti non all’altezza.

Avevamo chiesto, al nuovo Capo Dipartimento e al Capo del Personale, maggiore rispetto, dignità e riconoscimento per il personale. Rassicurazioni ne sono arrivate, ma la realtà dei fatti ci racconta altro: un’amministrazione che non ascolta, e che spesso nemmeno applica correttamente – e con coerenza – le comunicazioni che essa stessa diffonde.

Tutto ciò avviene, paradossalmente, anche in contrasto con quanto affermato pubblicamente dal Ministro per la Pubblica Amministrazione e dal Presidente dell’ARAN, i quali hanno più volte ribadito che lo smart working non deve essere né ostacolato né ridotto a una concessione, ma valorizzato come strumento moderno ed efficace di organizzazione del lavoro.

Rivolgiamo quindi un invito all’Amministrazione a richiamare i Dirigenti a una visione più smart, moderna e aderente alla realtà degli uffici, troppo spesso dimenticata o elusa. P.S.: finora gli uffici non hanno mai funzionato “da soli”, ma grazie alla professionalità e al senso di responsabilità del personale, che ha sopperito con competenza a vuoti organizzativi e normativi.

Serve un cambio di passo. Serve coerenza tra parole e atti. Serve, soprattutto, una reale attenzione verso le persone.

Roma, 3 luglio 2025

                                                                Il Coordinamento

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