La formazione obbligatoria prevista dalla direttiva di FP, che dovrebbe rappresentare un'opportunità concreta di crescita professionale e aggiornamento continuo per il personale della Pubblica Amministrazione, si è nei fatti trasformata in un mero esercizio burocratico finalizzato al raggiungimento delle famigerate 40 ore annuali. Anziché essere parte di un piano coerente, mirato e calibrato sulle reali esigenze dei dipendenti, la formazione viene vissuta come un obbligo da adempiere per evitare penalizzazioni nella valutazione.
La normativa prevede persino il licenziamento del dirigente in caso di mancato raggiungimento dell’obiettivo formativo da parte del personale. Tuttavia, questa misura estrema è passata sostanzialmente sotto silenzio. Nessun allarme, nessun approfondimento: solo l’ennesimo scaricabarile, dove la responsabilità viene riversata unicamente sui lavoratori, minacciati di valutazioni negative, senza che si mettano in discussione le carenze organizzative del sistema.
A rendere ancora più grave la situazione è la totale assenza di una visione strategica da parte dell’ufficio preposto alla formazione, la cui gestione si è dimostrata spesso inefficiente e poco competente. Non esiste una pianificazione organica, né una reale analisi dei fabbisogni formativi. La formazione viene proposta in modo scollegato dalle mansioni svolte, e manca un dialogo strutturato con il personale.
Gravi criticità emergono anche rispetto alla gestione dei corsi della Scuola Nazionale dell'Amministrazione (SNA): si evidenzia una mancanza di trasparenza nell’assegnazione dei percorsi formativi. I criteri di selezione del personale destinatario non sono noti, e non è raro che alcuni dipendenti vengano esclusi senza alcuna motivazione, generando frustrazione e senso di ingiustizia.
In merito a tali corsi, risulta opportuno sottolineare che la prassi di richiedere, sulla specifica piattaforma una motivazione da parte del dipendente, successivamente all’autorizzazione da parte della propria struttura, appare ormai del tutto superata, soprattutto alla luce dell’obbligo di formazione previsto dalla direttiva della FP. Qualora questa criticità influisca sulla partecipazione al corso prescelto, le eventuali “sanzioni” dovrebbero essere indirizzate al dirigente responsabile della formazione che nega l’autorizzazione, piuttosto che ricadere sul dipendente o sul dirigente della struttura di appartenenza.
A fronte di queste disfunzioni, l’Amministrazione centrale competente non ha svolto il ruolo di indirizzo e coordinamento che le sarebbe spettato. Nessuna chiarezza è stata fornita rispetto all’interpretazione e all’attuazione delle disposizioni della direttiva, lasciando i singoli dirigenti liberi di applicarla in maniera disomogenea e arbitraria, con evidenti ricadute negative sull’equità e sull’efficacia del sistema.
A ciò si aggiunga che alcuni Dipartimenti sono riusciti a valorizzare e implementare efficacemente i propri percorsi formativi attraverso diverse modalità e piattaforme, mentre altri sono rimasti indietro. Pertanto, risulterebbe necessario attivare un monitoraggio e una revisione d'insieme, al fine di correggere possibili criticità e apportare i correttivi essenziali per uniformare e standardizzare il percorso formativo adottato.
Serve un cambio di passo radicale: la formazione non può essere ridotta a un mero adempimento numerico. È necessario restituirle valore, coerenza e utilità reale, a partire da una gestione competente, trasparente e coordinata, capace di rispondere ai reali bisogni dell’amministrazione e alle concrete necessità professionali del personale che vi lavora.
Roma, 23 giugno 2025
Il Coordinamento

